Cinema Multisala Tirreno Cecina - il cinema "digitale" e "3D" a Cecina


Vieni a vedere "Non c'è più religione" ai Cinema di Cecina. Per te, profumatissimi omaggi firmati YR!
Tu non devi fare niente: solo goderti il tuo film. Durante l'intervallo, di alcuni spettacoli selezionati, potrebbe essere estratto il tuo biglietto...
Questo Natale ai Cinema di Cecina ti aspettano sorprese meravigliose!
Infoline - 3281192089



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Non c'è più Religione


































       
        

        


Nel paesino di Portobuio non nascono più figli, ed è un problema soprattutto quando bisogna allestire il presepe vivente di Natale. Il sindaco Cecco - nato a Portobuio, emigrato nell'hinterland milanese (per giustificare l'accento lombardo di Claudio Bisio che lo interpreta), e poi tornato nei luoghi dell'infanzia - si fa carico di trovare un infante cui affidare il ruolo del Bambin Gesù, e non trova di meglio che rivolgersi alla comunità islamica che convive con una certa difficoltà con gli abitanti storici del paese. A capo della comunità islamica c'è Marchetto detto Bilal, amico di infanzia di Cecco convertito alla fede musulmana per amore della bella moglie Aida. Chiude il cerchio, o per meglio dire il triangolo, suor Marta, amica d'infanzia di Cecco e Bilal, poi diventata monaca, levatrice disoccupata e ristoratrice.
Luca Miniero cerca per l'ennesima volta di riproporre la formula di Benvenuti al Sud che ha fatto la sua fortuna, apparentemente dimenticando che quel film era basato su una commedia francese dalla sceneggiatura molto ben strutturata che conservava ampi margini di credibilità, pur nel contesto farsesco.Non c'è più religione invece, pur firmato da tre professionisti come lo stesso Miniero, Sandro Petraglia e Astutillo Smeriglia, giovane autore di spassosi corti di animazione, abbandona non solo ogni realismo ma anche ogni congruenza logica, facendo approdare a Portobuio animali esotici e immigrati orientali (come si capirà alla fine) apparentemente piovuti dallo spazio. 
Anche una favola, come questa si propone dichiaratamente di essere, deve avere un minimo di coerenza interna, e un massimo di pertinenza al vero: qui invece l'unico dato reale è quello di partenza, ovvero che in Italia non nascono più bambini e il ricambio generazionale è assicurato solo dagli immigrati. Il resto è pura implausibilità e ignora gli aspetti spinosi di un problema davvero importante, dimenticando che la commedia italiana che tratta temi sociali di attualità (come sono quelli del calo delle nascite o dell'immigrazione poco integrata) ha il diritto-dovere di essere anche sferzante e dolorosa. Portobuio invece è un paese bucolico in cui ci si può burlare di bambini sovrappeso, donne velate e cervelli in fuga (la figlia di Cecco vive in Inghilterra, immaginiamo per mancanza di opportunità in Italia) senza mai affrontare, seppure in chiave ironica, l'aspetto drammatico di queste realtà: pensiamo per contrasto a una piccola commedia come Pitza e datteri, che con mezzi molto più modesti ha saputo, anche grazie alla presenza di un regista di recente immigrazione, raccontare in forma comica ma anche amara la convivenza fra etnie e religioni diverse nel nostro Paese.
L'unica scintilla di credibilità, nonostante le disparità anagrafiche (fra Finocchiaro e Gassman passano dieci anni), è data dall'amicizia storica fra i tre protagonisti, che in alcuni momenti fa provare un brivido di nostalgia per le commedie profondamente italiane e generazionali come Marrakech Express: l'affetto e la familiarità che proviamo verso i tre interpreti rendono quasi commoventi le loro scene insieme. Sarebbe dunque stato opportuno concentrarsi sulle dinamiche relazionali fra Cecco, Bilal e suor Marta, invece che perdere tempo ad affastellare una trama via via più improbabile, via via più lontana da qualunque riconoscibilità.


Mc. 07/12  1 Spettacolo                              21.30   
G.   08/12  4 Spett.li   15.30, 17.30, 19,30, 21.30               
V.    09/12  1 Spettacolo                              21.30
S.       10/12  3 Spettacoli         18.00, 20.00, 22.00      
D.   11/12  4 Spett.li    15.30,17.30, 19.30, 21.30                   
L.    12/12  1 Spettacolo                              21.30
M.  13/12  SALA  RISERVATA    
Mc.14/12  1 Spettacolo                              21.30 


Sully


































       
        

Il 15 gennaio 2009 un aereo della US Airways decolla dall'aeroporto di LaGuardia con 155 persone a bordo. L'airbus è pilotato da Chesley Sullenberger, ex pilota dell'Air Force che ha accumulato esperienza e macinato ore di volo. Due minuti dopo il decollo uno stormo di oche colpisce l'aereo e compromette irrimediabilmente i due motori. Sully, diminutivo affettivo, ha poco tempo per decidere e trovare una soluzione. Impossibile raggiungere il primo aeroporto utile, impossibile tornare indietro. Il capitano segue l'istinto e tenta un ammarraggio nell'Hudson. L'impresa riesce, equipaggio e passeggeri sono salvi. Eroe per l'opinione pubblica, tuttavia Sully deve rispondere dell'ammaraggio davanti al National Transportation Safety Board. Oggetto di un'attenzione mediatica morbosa, rischia posto e pensione. Tra udienze federali e confronti sindacali, stress post-traumatico e conversazioni coniugali, accuse e miracoli, Sully cerca un nuovo equilibrio privato e professionale.
Che cos'hanno in comune gli eroi di Clint Eastwood? Sono quasi sempre personaggi destabilizzati dal destino, da un crimine, da un'ingiustizia, dalla marginalità. Tutti, ciascuno a suo modo, sono alla ricerca dell'unità perduta. Non si tratta di una semplice risorsa narrativa, destinata a suscitare l'adesione del pubblico, per l'autore americano quella ricerca riflette l'esplorazione filosofica e artistica del suo cinema, producendo una felice coincidenza tra forma e contenuto. 
Quello che innerva la sua filmografia e gli conferisce una rimarchevole coerenza è il raggiungimento, la restaurazione e la formalizzazione estetica di una nozione sostanziale per l'uomo: l'equilibrio. Abilmente dissimulata sotto la vernice della narrazione, la ricerca del giusto mezzo si manifesta essenzialmente nella relazione che l'individuo intrattiene con la società e le istituzioni, l'insieme delle strutture politiche, giuridiche ed etiche che la cultura ha imposto alla natura. Sully, ritratto di un eroe della working class'processato' da una gerarchia senza cuore e troppi cavilli, corrisponde alla perfezione questa relazione che Eastwood affronta sempre in maniera risolutamente conflittuale. 
Tom Hanks, everyman umanista del cinema classico, incarna in faccia alla commissione d'inchiesta, obbligatoria in caso di incidenti, il fattore umano, la scintilla dell'esperienza, l'essenza nobile del lavoro fatto semplicemente come dovrebbe essere fatto. Non per denaro, non per gloria, non per vanità, non per approvazione. Eroe ordinario alle prese con la realtà della sua situazione, Sully è fedele al giuramento prestato e alle conoscenze acquisite con la sua professione. 
Girato con la tecnologia Imax, che offre allo spettatore un'immersione piena nell'azione, accomodandolo nella cabina di pilotaggio a 'vivere' letteralmente l'esplosione dei motori, il silenzio che segue e le turbolenze dell'aereo che plana sul fiume, Sully resta nondimeno un film intimo, svolto nella testa del suo protagonista. Quello che ha fatto 'in emergenza' è inseparabile da quello che immagina, sente, conosce. Eastwood ricostruisce con lucidità l'esperienza e le attitudini del suo eroe, l'esordio giovanile, gli anni nella Air Force, perché è su quella pratica e su quella competenza che Sully decide di prendere la via del fiume. Lo sguardo dell'autore e l'interpretazione dell'attore trovano in Sully intimi cedimenti, confrontando il capitano eroico che ha gestito in volo crisi e destino con l'uomo a terra a disagio nel ruolo di eroe e in conflitto con quello che avrebbe potuto essere. 
Ammarando, il film emerge i flussi di coscienza del suo protagonista, interrompendo coi sogni angosciosi la linearità della rotta, scivolando nel passato per mettere l'incidente in prospettiva con la vita di Chesley Sullenberger. Con Sully e dopo Flags of Our Fathers e American Sniper, il regista interroga di nuovo la nozione ambivalente di eroismo che è al cuore dell'immaginario americano. Ma se il primo procede alla destrutturazione dell'eroicità e il secondo contraddice la missione del 'primo violino' dell'esercito americano in Iraq, Sully riconfigura l'eroe. Eastwood ne distilla l'essenza andando oltre la sua rappresentazione mediatica e riabilitandone la natura tragica attraverso la paura incombente della morte. Con quella paura il protagonista fa i conti dal principio, il film si apre su un aereo che scivola lungo lo skyline di New York e si schianta contro il paesaggio urbano deflagrandolo. Prima di distinguere l'oggettività della vicenda, l'aereo di Sully è realmente ammarato, Eastwood mostra allo spettatore la visione ipotetica, l'enunciato condizionale, l'incubo di Sally, l'incognita mortale connessa con l'atterraggio. Come Zemeckis (The Walk) prima di lui, recupera la gravità dell'iconografia storica US, l'immagine depositata nella coscienza collettiva e la compensa, risvegliando Sully dall'incubo e suturando le ferite di New York. Al rigore geometrico dell'uomo che cade, fotografato da Richard Drew e allineato alla verticalità della Torre Nord, Sully replica la geometria orizzontale e variabile delle ali di un airbus che galleggiano e sorreggono la vita. Quella che Sully ha garantito con un gesto solerte, abile, puro. Eppure una sorta di inerzia scorata, prodotta da una società che ha estinto l'afflato leggendario dietro a regole, protocolli, simulazioni e statistiche, prova a trascinarlo sul fondo. Certo il National Transportation Safety Board pone domande legittime e cerca la risposta giusta (ne esiste una?) ma il processo è viziato da un'accusa tacita, uno scetticismo tenace, un'idea di colpevolezza poi smentita dai fatti. Sully ha preso una decisione, probabilmente l'unica possibile. Ed è quella decisione a determinare la misura del suo eroismo, il carico di responsabilità che il protagonista ha condiviso con l'equipaggio, il co-pilota, i controllori di volo, gli agenti di polizia, i soccorritori. Insieme hanno realizzato il "miracolo dell'Hudson", ribadendo la natura etica del lavoro (di ogni lavoro) e provando l'inscindibilità ineluttabile dei destini umani. 
In aula e in fondo al film, Clint Eastwood rimette in quota il suo eroe e trasmette la medaglia da veterano ai soli eroi che la valgono: non più quelli che sparano ma quelli che si espongono. Non più quelli che scaricano coi colpi la responsabilità ma quelli che l'assumono mani alla cloche.


M.    06/12    1 Spettacolo                                    21.30
Mc. 07/12  1 Spettacolo                              21.30   
G.   08/12  3 Spettacoli         17.30, 19,30, 21.30               
V.    09/12  1 Spettacolo                              21.30
S.       10/12  3 Spettacoli         18.00, 20.00, 22.00      
D.   11/12  3 Spettacoli         17.30, 19.30, 21.30                   
L.    12/12  1 Spettacolo                              21.30
M.  13/12   SALA RISERVATA    
Mc.14/12  1 Spettacolo                              21.30         


Peppa Pig in giro per il mondo


































       
        

Nell'episodio centrale di 15 minuti, gli amici di Peppa Pig vanno in giro per il mondo durante le vacanze e Peppa li raggiunge con rocambolesche avventure, attraversando la giungla, scalando montagne e spingendosi fino al polo sud!. Ci sono poi tante nuove storie sorprendenti e piene di allegria, calate nel mondo quotidiano di Peppa: l'arrivo di un nuovo amico, un gioco emozionante, esperienze di paura e coraggio, allegre avventure e contrattempi che si risolvono sempre bene. E per concludere il classico finale con tante risate a crepapelle!


G.     08/12    1 Spettacolo                        16.00              
                                
 
D.     11/12    1 Spettacolo                         16.00                                       


Captain Fantastic

































     
       

        

Ben e la moglie hanno scelto di crescere i loro sei figli lontano dalla città e dalla società, nel cuore di una foresta del Nord America. Sotto la guida costante del padre, i ragazzi, tra i cinque e i diciassette anni, passano le giornate allenandosi fisicamente e intellettualmente: cacciano per procurarsi il cibo, studiano le scienze e le lingue straniere, si confrontano in democratici dibattiti sui capolavori della letteratura e sulle conquiste della Storia. Suonano, cantano, festeggiano il compleanno di Noam Chomsky e rifiutano il Natale e la società dei consumi. La morte della madre, da tempo malata, li costringe a intraprendere un viaggio nel mondo sconosciuto della cosiddetta normalità: viaggio che farà emergere dissidi e sofferenze e obbligherà Ben e mettere in discussione la sua idea educativa. 
L'attore Matt Ross, alla sua seconda regia, scrive e dirige un film intelligente ed emozionante, che sotto la facciata carnevalesca e un po' vintage, tocca temi più contemporanei e meno comuni di quanto si possa pensare. Ad un primo livello, infatti, il film s'inserisce nella tradizione del cinema indie che tratta della fatica della socializzazione per chi è o si sente diverso, specie in quell'età giovanile in cui socializzare è un diktat, la tradizione del coming of age e della famiglia imperfetta: tutto questo c'è, compreso il viaggio in pulmino (in questo caso una vera e propria casa-bus), ma è la parte meno interessante del film, narrativamente sovrabbondante. 
Ciò che rende Captain Fantastic un film meno scontato del previsto, è invece il suo mettere al centro il tema dell'educazione, problematizzandolo. Non è per amore dell'eccentricità fine a se stessa che Ben mostra ai due cuginetti, imbottiti di videogiochi, che suo figlio di non ancora otto anni ha capito il Bill of Rights meglio di quanto non abbiano fatto loro, che vanno a scuola tutti i giorni. È perché davvero l'american way of life (e l'Occidente tutto) ha dei problemi enormi in materia di educazione, didattici e relazionali. Sotto le esagerazioni a fini comici (le ragazzine che tra loro parlano esperanto) e gli slogan prefabbricati (Abbasso il sistema!), il progetto, a metà tra Steiner e Thoreau, non è certo ridicolo. Per di più, Ross lo problematizza in due modi: facendo scontrare l'utopia con le difficoltà oggettive della sua messa in pratica e affidando il ruolo ad un Viggo Mortensen che incarna perfettamente l'ambiguità del personaggio del padre, compagno e dittatore. 
Si può obiettare che nel film ci sia molta irrealtà, che "fantastic" stia per "ideale", ma uno dei punti del film di Matt Ross è proprio l'idea che immaginazione e onestà non siano in contraddizione e che privare il bambino di un'alternativa al racconto sociale istituzionale voglia dire impoverirlo.

 
Mc. 07/12  1 Spettacolo                              21.30    
G.   08/12  3 Spettacoli         16.30, 19,00, 21.30               
V.    09/12  1 Spettacolo                              21.30
S.       10/12  3 Spettacoli         17.00, 19.30, 22.00      
D.   11/12  3 Spettacoli         16.30, 19.00, 21.30                   
L.    12/12  R I P O S O
M.  13/12  1 Spettacolo                              21.30    
Mc.14/12  1 Spettacolo                              21.30         


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